Allestito nel 1998, su progetto dell'Istituto Beni Culturali della Regione Emilia Romagna, documenta la storia e l'evoluzione degli insediamenti umani nel territorio montesino, dalle prime testimonianze archeologiche al secondo dopoguerra. Il Museo è ospitato nelle sale al primo piano della Rocca di Montese che, a 841 metri di altezza, sovrasta il centro del paese con un massiccio corpo di fabbrica, la doppia cinta muraria e la torre merlata trecentesca. Il forte legame con il territorio che caratterizza il Museo trova ideale espressione nel percorso di visita alle postazioni usate dalle truppe tedesche della Wehrmacht nel febbraio-aprile 1945.
In mancanza di testimonianze documentarie ed archeologiche certe, si può supporre che la Rocca venisse edificata nella prima metà del XIII secolo. Il castello fu assaltato ed incendiato già nel 1254, quando gli abitanti si ribellarono al Podestà di Bologna Bartolomeo Fuga, uccidendo anche il castellano. A causa degli accaniti e continui scontri tra bolognesi e modenesi subì danni molto pesanti, tanto che nel 1390 fu necessario provvedere ad una ricostruzione, successivamente alla quale il castello passò al conte Cesare Montecuccoli. Probabilmente a questa fase risale l'assetto attuale della Rocca, mentre la torre fu completamente ricostruita nel 1393.
Dopo un periodo di relativa calma, le furiose lotte tra le famiglie Tanari
e Montecuccoli durante il XVI secolo danneggiarono la Rocca, che fu oggetto
di significativi restauri a partire dalla metà del secolo successivo.
Da alcune relazioni sullo stato della Rocca, redatte nel 1666, si ricava che
nella cinta muraria - molto più articolata di oggi e comprendente anche
la chiesa e la canonica - si aprivano quattro porte; oltre all'edificio che
vediamo ancor oggi esisteva un altro vasto corpo di fabbrica che inglobava la
base della torre, tre prigioni, orti e frutteti. Il tutto versava a in un pessimo
stato, e l'edificio alla base della torre era già parzialmente crollato.
Per tutto il '700 si susseguirono perizie sullo stato della Rocca, crolli parziali
e frettolose ricostruzioni; restauri più accurati furono eseguiti dopo
il 1840 - a questa fase risale il camminamento sopraelevato con le bombardiere
lungo la cinta muraria interna, costruito con le macerie dell'antico edificio
alla base della torre- finché nel 1888 fu risanata anche la torre.
Dopo i pesantissimi danni subiti durante i bombardamenti del 1945, e la frettolosa
ricostruzione del dopoguerra, la Rocca è stata accuratamente restaurata
e definitivamente restituita all'uso pubblico nel 1998.
Il percorso espositivo si articola in sei Spazi tematici, che rappresentano le tappe fondamentali della storia locale. La prima sezione delinea le coordinate storiche, dagli insediamenti preistorici, etruschi e romani alla nascita in epoca medievale delle pievi e dei borghi lungo la valle del Panaro. Seguono temi di cultura materiale come il ciclo del pane, la lavorazione della castagna, l'attività dei mulini, la lavorazione del latte e la successiva trasformazione in Parmigiano Reggiano. Gli spazi successivi illustrano il recente passato della Seconda Guerra mondiale, che vide l'area montesina drammaticamente coinvolta dal passaggio della Linea Gotica.
Per l'allestimento del Museo l'Amministrazione Comunale ha acquisito importanti collezioni di oggetti e documenti, che vengono costantemente incrementate ed arricchite grazie ad acquisti mirati e a donazioni; le collezioni più ricche sono relative al periodo bellico, e raccolgono oggetti utilizzati nella vita quotidiana dei soldati dei diversi schieramenti, materiali di propaganda e documenti partigiani dell'epoca. Ad eccezione dello Spazio sei, dedicato alle mine antiuomo, il Museo non ospita armi.
Naturalmente è stato esposto un numero relativamente limitato di oggetti,
per consentire il riallestimento periodico degli Spazi tematici e delle vetrine.
In particolare ricordiamo che lo Spazio due, dedicato alla cultura materiale,
viene riallestito ad anni alterni, sviluppando temi diversi. La Sala quattro
viene abitualmente utilizzata anche per convegni, incontri e spettacoli, ed
ospita mostre temporanee legate ai temi del Museo.
Il Museo Storico di Montese aderisce al Sistema Museale della Provincia di Modena.
La Sala quattro viene abitualmente utilizzata per convegni, incontri e spettacoli. Al centro della sala sono collocati alcuni pannelli mobili utilizzati per mostre temporanee legate ai temi trattati nel Museo.
Ospitato all'interno della torre merlata trecentesca il Museo raccoglie le opere di circa 90 autori contemporanei italiani e stranieri appartenenti a varie correnti artistiche.
Nella pittoresca frazione di Iola, la raccolta è ospitata nella canonica
di fine Seicento, a fianco della bella chiesa di S. Maria Maddalena. Si accede
al Museo da un portale in arenaria, che reca scolpita nella chiave dell'arco
la data 1855. Ci si immerge in una cultura antica, quella della montagna modenese,
percorrendo gli ambienti domestici e artigianali che compongono il Museo: vi
sono ricostruite la rustica cucina, dominata dal grande camino, con i vecchi
utensili quotidiani, la camera da letto, la cantina; e poi il laboratorio della
tessitura con i fusi, le rocche, le forbici e il telaio di legno ancora funzionante,
il desco del calzolaio, il tavolo del falegname, l'insieme degli attrezzi contadini
e in particolare quelli legati alla castagna, che fu una delle principali risorse
alimentari per le popolazioni montane: i sacchi per la raccolta, le "pile",
i mortai in legno per sbucciare le castagne, la "vassòra" per separare
le castagne dalla "pula".
La Raccolta appartiene al Gruppo culturale Il Trebbo.
Il forte legame con il territorio che caratterizza il Museo Storico trova ideale espressione nell'itineraio didattico che permette di visitare le_postazioni usate dalle truppe tedesche della Wehrmacht nel febbraio-aprile 1945. Le postazioni per mitragliatrici, mortai e fucilieri, insieme a trincee, osservatori e ricoveri, furono realizzate sfruttando una zona particolarmente ricca di cavità naturali e di pareti rocciose, e completate da camuffamenti in pietra, legno e fogliame.
Situate a 2 Km, dal centro del paese, le postazioni sono state recementemente recuperate, e collegate da un facile sentiero ad anello, percorribile in circa un'ora. L'intervento di recupero ha reso fruibile una preziosa testimonianza delle ultime fasi della II Guerra Mondiale, che rappresenta un vero e proprio "Museo all'aperto" con il quali si completa idealmente la visita del Museo Storico di Montese.
In questo Spazio si ripercorrono le fasi iniziali dell'insediamento umano nel territorio di Montese, dalle prime comunità risalenti alla Protostoria fino alla fondazione, nel Medioevo, di numerosi insediamenti fortificati, di pievi e di oratori. Particolarmente interessanti le copie dei bronzetti etrusco-italici risalenti al VI-IV sec. a. C., i cui originali sono conservati presso il Museo Civico Archeolgico Etnologico di Modena. I bronzetti provengono dal deposito votivo (stipe) della località Lago Bracciano, che ci testimonia l'esistenza di un luogo di culto già in epoca così antica, che assolve anche al ruolo di importante tappa per le vie di comunicazione transappenniniche, e che era assiduamente frequentato dalle popolazioni locali, dedite essenzialmente alla pastorizia.
Il territorio di Montese è stato caratterizzato per secoli da un peculiare equilibrio tra presenza umana e risorse ambientali, sul quale si fondava l'economia di sussistenza della popolazione locale.
Nell'attuale allestimento lo Spazio 2 è suddiviso in due isole espositive: la prima è dedicata alla produzione ed all'utilizzo del latte, dalla tradizionale preparazione casalinga del formaggio e della ricotta, alla produzione del Parmigiano Reggiano; la seconda offre una esemplificazione di alcuni dei moltissimi utilizzi del legno nella cultura materiale del nostro Appennino, dagli attrezzi agricoli, agli strumenti per la preparazione del cibo, ai lavori di cesteria per gli usi più disparati.
Questo piccolo Spazio è destinato alla consultazione di testi e di materiale audiovisivo, per l'approfondimento dei temi trattati all'interno del percorso espositivo del Museo.
Nelle vetrine a parete, inoltre, sono esposti oggetti e documenti donati da visitatori, da reduci, e da altri Musei.
Presso questo Spazio è disponibile per la consultazione il documentario storico dedicato ad alcuni momenti della Seconda Guerra Mondiale nei pressi della Linea Gotica fra il Reno e il Panaro.
Questo Spazio presenta le fasi conclusive della II Guerra mondiale, attraverso gli oggetti della vita quotidiana dei soldati.
Nelle due vetrine a destra e a sinistra di chi entra è esposta la Collezione Setti, che raccoglie documenti, fotografie, divise e cimeli appartenuti al Colonnello Pilota Fulvio Setti, modenese, protagonista di eroiche imprese durante le Campagne di Russia e d'Africa, che gli valsero le Medaglie d'Oro e d'Argento al Valor Militare.
Nella prima vetrina della parete verso il cortile è esposto materiale in dotazione alle truppe tedesche che combatterono nella zona di Montese tra novembre 1944 e aprile 1945, e nella seconda è possibile osservare l'analoga dotazione delle truppe americane. Il manichino nell'angolo è abbigliato con l'attrezzatura mimetica da neve utilizzata dagli Alpini USA della X Mountain Division.
Nella vetrina collocata in fondo alla parete che si affaccia sulla pineta è esposto, invece, materiale in dotazione al soldato italiano.
Lungo le pareti della Sala 4 sono disposte alcune vetrinette inclinate, che contengono materiale di propaganda dei diversi schieramente, e documenti partigiani del periodo bellico.
Il Museo Storico di Montese è il primo in Italia ad aver dedicato uno Spazio espositivo alla F.E.B., il Corpo di Spedizione Brasiliano che partecipò attivamente alle operazioni di guerra della Campagna d'Italia tra il mese di luglio del 1944 e il maggio del 1945.
Il Corpo di Spedizione Brasiliano era composto da 25.000 uomini che, combattendo in prima linea fra le nevi ed il gelo del crinale appenninico, il 14 aprile del 1945 liberarono il Comune di Montese dall'occupazione nemica.
Presso la Sala cinque sono state allestite due ricostruzioni storiche riguardanti un'infermeria ed un ufficio da campo.
Nella zona di Montese il maggior numero di vittime civili si ebbe nel dopoguerra, a causa dei numerosissimi ordigni inesplosi (mine antiuomo e anticarro, bombe aeree, granate ecc.) che erano stati disseminati nel territorio.
A questo tema, purtroppo oggi di grande attualità, è dedicata una vetrina nella Sala 4, nella quale è esposto il materiale didattico in uso nelle scuole fino alla fine degli anni '50, allo scopo di sensibilizzare i ragazzi riguardo alla pericolosita degli ordigni esplosivi. A questo utilizzo era destinata anche la cassetta sulla sinistra della vetrina, in basso, mentre sulla destra sono disposte alcune delle piu comuni mine antiuomo ed anticarro, di fabbricazione tedesca, italiana ed americana.
Il Lago Bracciano si formò a causa delle frane che, staccandosi dal
Montello, andarono ad ostruire il corso del Rio Acqua salata, dando così
origine ad un piccolo bacino lacustre, ridottosi progressivamente ad un pantano,
e definitivamente bonificato alla metà degli anni '70.
In questa località, intorno al VI sec. a. C., doveva esistere un luogo
di culto, frequentato anche a scopi curativi a causa della presenza della sorgente
di acqua salata. Probabilmente si trattava di una tappa obbligata nelle comunicazioni
transappenniniche che univano la valle del Panaro e la valle del Reno: tra Etruria
settentrionale interna ed Etruria padana esistevano frequenti ed intense comunicazioni,
e, parallelamente, una fitta rete di santuari delle acque, tra i quali il ritrovamento
di Montese si segnala tra i più cospicui e significativi dell'Appennino
emiliano.
Nel deposito votivo (stipe) del Lago Bracciano prevalgono gli ex voto
schematici, raffiguranti devoti, devote ed animali domestici, del tipo realizzato
in serie tra la fine del VI e la metà del IV sec. a.C. nelle officine
di Marzabotto e Bologna, e diffusi in molti dei santuari dell'Appennino modenese
e bolognese. Il quadro culturale di riferimento appare modesto, collegabile
ad una popolazione locale dedita alla pastorizia, ed a viandanti diretti ai
valichi appenninici.
In tempi abbastanza recenti l'azione erosiva del Rio Acqua salata mise in luce
alcuni idoli in bronzo ed altri oggetti metallici, che, nei momenti di più
intense precipitazioni, venivano trascinati verso la conca del Lago Bracciano.
Il primo ritrovamento casuale noto risale al 1826, ed analoghi episodi si ripeterono per tutto il secolo, fino ai primi del '900. Grazie al lavoro di studiosi dell'epoca, come Celestino Cavedoni ed Arsenio Crespellani, ci sono pervenute descrizioni e disegni manoscritti insieme a documentazioni fotografiche di circa 20 bronzetti, di alcuni oggetti non identificabili in ferro, e di un vasetto portaprofumi (balsamario) in vetro policromo, oggi perduto; a questi si aggiunge una punta di freccia in selce biancastra, probabilmente dell'Età del rame, che la documentazione dell'epoca ci dice ritrovata nello stesso luogo, e che ci testimonierebbe una frequentazione ben più antica dell'area.
La notizia del ritrovamento del balsamario, che in altri contesti archeologici è legato al culto di divinità femminili, fa supporre che anche a Montese si possa qualificare come femminile la divinità venerata presso il Lago Bracciano: questa ipotesi troverebbe conferma nella statuetta, raffigurante un personaggio femminile con diadema ed abbigliamento sontuoso, completamente diversa dagli altri bronzetti della stipe, e che potrebbe raffigurare non una devota, ma una dea.
Pur con qualche lacuna, oggi si può ricostruire il percorso seguito
dai reperti della stipe di Montese, alcuni dei quali furono ceduti nel 1826
al duca Francesco IV di Modena, altri dovrebbero essere pervenuti al Museo di
Bologna, mentre un gruppo di oggetti fu acquistato dal Museo Civico di Modena
nel 1878. Tra il 1980 ed il 1990, nel Museo Civico di Modena sono stati rintracciati
13 bronzetti del nucleo originario, insieme alla punta di selce, mentre altri
quattro bronzetti sono conservati presso la Galleria Estense.
Le virtù terapeutiche delle acque salso-iodiche furono sfruttate per
la cura del gozzo, malattia endemica di questa e di altre zone montane, e a
Montese nacquero leggende legate anche alle voci di ritrovamenti di antichi
"idoli pagani".
Grazie alla cortesia ed alla disponibilità della Direzione del Museo
Civico Archeologico di Modena è stato possibile realizzare ed esporre
a Montese le riproduzioni di alcuni dei bronzetti meglio conservati.
Il territorio di Montese è ricco di boschi, principalmente di quercia
(Quercus pubescens, Roverella e Quercus cerris, Cerro) e castagno
(Castanea sativa). Oltre alla fondamentale importanza che la raccolta
delle castagne ha avuto per l'alimentazione dell'uomo, ed in minor misura la
produzione di foglie per l'allevamento del bestiame, il legno ha rappresentato
un materiale versatile e facilmente disponibile per tutti, con caratteristiche
molto variabili secondo la specie, per pesantezza, elasticità, durezza.
Uno degli aspetti più interessanti della tradizione locale è quello
del diverso utilizzo che si faceva di ogni tipo di legno, per le più
disparate esigenze.
Per l'edilizia (travi, travetti, intelaiature dei tetti, tavole per solai e
pavimenti) si usava principalmente il legno di castagno, che produce tronchi
lunghi e dritti, abbastanza facili da lavorare, e poco appetibile per i parassiti
a causa del tannino contenuto. Più raramente si fabbricavano travi in
quercia, legno a crescita lenta, più duro e pregiato: questa essenza
era utilizzata, tra gli altri scopi, per la fabbricazione delle botti, e per
le pale ed i perni nei mulini ad acqua.
I manici degli attrezzi da lavoro, che dovevano essere leggeri ed elastici,
come nel caso dei badili e delle forche da fieno, erano realizzati con il legno
di sambuco (Sambucus nigra); i rametti più sottili di questo arbusto
venivano utilizzati dai ragazzi per fabbricare zufoli e fischietti.
Il legno di bosso (Buxus sempervirens), particolarmente duro, era ideale
per manici molto robusti di piccoli attrezzi come i martelli, e per i rocchetti
del lancio della ruzzola.
Era utilizzato anche il legno degli alberi da frutto, come il ciliegio (Prunus
avium) per la fabbricazione delle sedie, ed il pero (Pirus sspp.)
per i taglieri da cucina di piccole dimensioni (pistadora); gli stampi per fabbricare
le tigelle erano solitamente in legno di melo.
Il salice (Salix sspp.) veniva usato per la produzione dei vimini, a
loro volta destinati alla creazione di contenitori dagli usi più diversi,
oltre che per legare le giovani piante e le viti ai tutori.
Spesso si sceglieva nel bosco un ramo giovane dalla conformazione particolare,
e lo si allevava con cura fino alle dimensioni volute.
Le varie parti di uno stesso albero avevano utilizzi diversi: con il legno più
vicino alle radici, particolarmente nodoso e duro, si fabbricavano le pesanti
mazze, dal tronco si ricavavano le tavole, con la corteccia si intrecciavano
i cesti per le damigiane, i rametti più sottili si usavano per scaldare
il forno da pane, e le foglie secche venivano raccolte in autunno per farne
lettiera nella stalla.
Il legno rappresentava l'unico combustibile da riscaldamento, sia direttamente,
sia dopo la trasformazione in carbone, come avveniva in località Selva
di Castelluccio; inoltre le vecchie ceppaie erano utilizzate per l'essiccazione
delle castagne.
Fino a pochi decenni fa la lavorazione del legno avveniva a mano, con l'utilizzo
di un numero abbastanza limitato di attrezzi; anche il taglio dei boschi veniva
effettuato manualmente, con accette, cunei (biette) e sega a due mani (segone).
Già a partire dal periodo etrusco l'allevamento e l'utilizzo dei prodotti derivati erano, insieme all'agricoltura, il principale sostentamento degli abitanti del territorio di Montese. Anche se gli ovini offrono un latte particolarmente sostanzioso e lana abbondante, in cambio di poco foraggio, i bovini sono stati per molti secoli, e fino al secondo dopoguerra, alla base dell'economia della nostra montagna. Le vacche ed i buoi erano utilizzati come animali da traino per le lavorazioni agricole, i vitelli destinati alla produzione di carne, e le vitelle alla sostituzione delle vacche da latte non più produttive (rimonta). Per questi motivi nella casa di ogni contadino c'era la stalla, anche molto piccola, proporzionata alla dimensione del podere, ed alla quantità di foraggio che vi si poteva produrre. Il latte che non era consumato dal vitello, o dopo che questo era stato svezzato, era munto ed utilizzato per la produzione famigliare del formaggio, mentre dalla panna che affiorava sulla superficie si ricavava il burro. Al termine della lavorazione del formaggio il siero rimasto era riscaldato, e, dopo l'aggiunta di 'sale inglese'; (solfato di magnesio), si otteneva la ricotta. Dopo quest'ultima operazione il siero era utilizzato per l'alimentazione del maiale, che ogni famiglia allevava con cura. Nei periodi dell'anno molto caldi o molto freddi si produceva un formaggio da consumare entro breve tempo, mentre nei mesi più favorevoli lo si destinava alla stagionatura, per poi essere grattugiato. La pezzatura dei formaggi casalinghi va da 700 g. a 2 kg., e per produrre 1 kg. di formaggio occorrono circa 10 l. di latte vaccino. A partire dagli anni '50 si è verificato un cambiamento sostanziale, che ha determinato l'assetto attuale del paesaggio agrario di Montese, e che tuttavia ha permesso la conservazione e la continuità delle tradizioni legate al latte. Nel febbraio del 1954 fu fondato il Caseificio Sociale di Montese, il primo del Comune. Qui, una volta vinte le diffidenze degli agricoltori nei confronti del nuovo concetto della cooperazione, si iniziò a produrre il Parmigiano Reggiano con il latte conferito dai soci. Successivamente furono aperti altri caseifici sociali in diverse località del territorio, dei quali oggi sei sono attivi. Attualmente la produzione del Parmigiano Reggiano rappresenta una delle principali fonti di reddito per l'economia locale. In una caldaia di rame da 6 q.li si produce una forma di Parmigiano Reggiano di circa 35 kg.
Grazie alla donazione della famiglia Setti è stato possibile arricchire la sezione dedicata alla partecipazione italiana alla Seconda Guerra Mondiale. Si tratta della collezione completa della famiglia Setti, che comprende equipaggiamento bellico, oggetti personali, divise, documenti, fotografie, tutto materiale antecedente al 1945, appartenuto al Colonnello Pilota Fulvio Setti, Medaglia d'oro e d'argento al Valor militare nella II Guerra Mondiale. Setti è molto conosciuto a Modena, dove nacque nel 1914, e visse per tutta la sua vita, fino al 1991. Fu una delle più importanti figure dell'Aviazione italiana durante la guerra, protagonista di eroiche imprese durante la Campagna di Russia e la Campagna d'Africa, prima e dopo l' 8 settembre, tanto da essere tra i pochissimi decorati di Medaglia d'oro in vita. Questa onorificenza gli fu concessa in seguito ad azioni particolarmente audaci, compiute nel maggio del 1943, sui cieli del Mediterraneo e della Tunisia, che culminarono quando, al comando di una pattuglia di aerei da trasporto, riuscì a portare in salvo l'equipaggio ed i militari passeggeri pilotando un aereo in riparazione e senza luci, in piena notte, bersagliato dai colpi avversari. Fulvio Setti fu congedato nel 1946 con il grado di Tenente Pilota, e fu iscritto successivamente nel Ruolo d'Onore con il grado di Colonnello Pilota. A lui è stato intitolato, nel 1996, il Deposito dell'Aeronautica Militare di Modena.
Oltre che dalla passione per il volo, la vita di Setti fu contrassegnata anche dall'amore dello sport: negli anni '30 fu Campione italiano nei 110 a ostacoli, indossò la maglia azzurra nella Nazionale di atletica leggera, e dopo la guerra fu presidente provinciale del CONI per un trentennio. "Siamo profondamente riconoscenti alla figlia dell'Ufficiale, sig.ra Giuliana Setti Ventura - ci ha detto l'Assessore alla Cultura e Turismo Roberta Bernabei - per la generosità del suo gesto, che ha permesso di accrescere l'importanza ed il prestigio del nostro Museo". Infatti, come ha dichiarato Francesco Scaglioni, che ha ordinato tutto il materiale e ne ha curato l'esposizione nelle vetrine del Museo, "la collezione Setti deve la sua eccezionalità ed il suo valore storico alla grande completezza che la caratterizza: per il momento abbiamo allestito due nuove vetrine, ma sarà possibile realizzare anche mostre temporanee con fotografie e materiale documentario".
Nei mesi conclusivi della II Guerra Mondiale, tra il febbraio e l'aprile del 1945, sull'ultimo limite della Linea Gotica (la Linea Verde II), la Wehrmacht organizzò, poco lontano da Montese, un sistema difensivo fortificato che comprendeva il Montello (m. 919 di quota), Monte Buffone (m. 927), quota 888 e Ca' Ferdinando (m. 874), nel settore della 14^ Armata tedesca. Questi capisaldi, cooperanti fra di loro, erano costituiti da postazioni per mitragliatrici MG 42, appostamenti per fucilieri, trincee, postazioni per mortai medi, osservatori, ricoveri e Posti di comando, tutte opere realizzate sfruttando la morfologia del territorio, particolarmente ricca di cavità naturali e di pareti rocciose, integrate da scavi in terra e camuffamenti in sasso, legno e fogliame. La forza complessiva dell'intero presidio, comprese le altre posizioni, può essere valutata in circa 300 uomini. Le Postazioni della Lastra Bianca furono realizzate sul versante Nord del Montello, al riparo da eventuali colpi d'artiglieria e incursioni aeree degli Alleati, che avanzavano da Sud (Sassomolare-Cerro-Monteaurigola). Questo caposaldo comprendeva il posto di Comando del Battaglione, un plotone mortai medi su tre armi, elementi delle trasmissioni e dei servizi, ricoveri, riservette per munizioni. Dall'analisi dei reperti, dai diari storici delle unità tedesche, da fonti brasiliane e da testimonianze di civili risulta che queste postazioni furono presidiate dal 1° Battaglione del 741° Reggimento della 114^ Divisione Jaeger (Cacciatori di Montagna). La forte natura del terreno e l'abile predisposizione della difesa, che consentiva la massima efficacia di fuoco su tutta la linea del fronte, costituì una sfida ai reparti della Forza di Spedizione Brasiliana (FEB) che attaccarono queste postazioni a partire dal 15 aprile, in direzione Nord-Nordest, martellandole per giorni con migliaia di colpi di artiglieria. Il Montello non fu mai conquistato, ma abbandonato dopo il 18 aprile dalle truppe tedesche a causa dei progressi in direzione Nord delle Forze Alleate.
Dopo l'8 settembre 1943, alla firma dell'armistizio tra il Governo Badoglio
e gli Anglo-Americani, le forze armate tedesche cominciarono a costruire uno
robusto sistema fortificato lungo il crinale appenninico tra Tirreno e Adriatico,
da Massa Carrara a Pesaro: la Linea Gotica. Questo sistema difensivo, insieme
alla conformazione fisica del territorio, permise alle Forze tedesche di resistere
per oltre sei mesi ad un esercito numericamente superiore, meglio equipaggiato
e con una totale supremazia aerea. I lavori si protrassero fino all'estate del
1944, grazie al contributo di diverse migliaia di operai italiani, arruolati
forzatamente nella TODT. La natura impervia dell'Appennino, molto adatta alla
difesa, venne abilmente sfruttata dall'esercito tedesco: così gli apprestamenti
militari realizzati dalla Wehrmacht per arrestare le Armate alleate in movimento
verso Nord hanno rappresentato per decenni un modello per gli specialisti di
storia militare, a causa della loro efficacia durante la Campagna d'Italia.
Le posizioni naturalmente più adatte venivano sistemate a difesa mediante
l'organizzazione di capisaldi presidiati da unità a livello di plotone
(25/30 uomini), e di compagnia (60/90 uomini). Tali capisaldi, a seconda della
posizione geografica, dell'altitudine e delle caratteristiche naturali, erano
costituiti da manufatti in terra, roccia e/o cemento armato, e rafforzati da
campi minati, reticolati di filo spinato, fossati anticarro. Inoltre il campo
di tiro veniva sgomberato da ostacoli naturali (alberi e arbusti) e da eventuali
costruzioni. Nelle zone appenniniche le Forze armate tedesche ricorrevano sbrigativamente
a tutto ciò che la morfologia del terreno e la natura offrivano loro,
cioè fossi, buche, scarpate, tane e anfratti, che venivano adattati alle
circostanze con minimi interventi. Anzi, queste postazioni, benché improvvisate,
avevano il vantaggio di apparire più naturali, e di sfuggire così
all'osservazione alleata. In questi casi era la collaborazione dei civili, la
conoscenza del territorio da parte dei partigiani, la defezione di alcuni soldati
tedeschi a fornire ai comandi alleati preziose informazioni sulla loro localizzazione
e consistenza..
Imperniata sui punti strategici dei passi e dei crinali, per una lunghezza complessiva
di 320 km., la Linea Gotica comprendeva, nell'estate del 1944, 117 km. di reticolati,
9 km. di fossati anticarro, 479 postazioni per artiglierie, 16.606 appostamenti
per fucilieri, 3.604 elementi di trincea, ed un numero imprecisato di bunker
in cemento, ricoveri, osservatori, e riservette per munizioni. Meno evidenti
e più rare le posizioni realizzate dagli Alleati. Sia perché il
loro atteggiamento fu essenzialmente offensivo, sia perché la disparità
di forze era tale che la Wehrmacht non fu mai in grado di lanciare un'azione
controffensiva. Quindi i Comandi alleati non furono mai costretti a rafforzare
le loro posizioni che, peraltro, erano considerate temporanee, quando non erano
le stesse postazioni tedesche via via conquistate. Nelle zone appenniniche della
Linea Gotica la natura impervia e poco accessibile del terreno ha conservato
tuttora un buon numero di apprestamenti militari, tuttora chiaramente visibili
nonostante i decenni trascorsi: un caso certamente unico nei Paesi europei coinvolti
dalle operazioni militari della II Guerra Mondiale.
Il Corpo di Spedizione Brasiliano (Força Expedicionária
Brasileira - F.E.B.) partecipò attivamente alle operazioni di guerra
della Campagna d'Italia tra il mese di luglio del 1944 e il maggio del
1945, aggregato al IV Corpo d'Esercito della 5^ Armata USA, comandata
dal Generale Mark Clark.
La forza combattente della F.E.B. era formata da 25.334 uomini, al comando
del Generale di Divisione João Baptista Mascarenhas de Morais.
L'effettivo della F.E.B. giunse sul teatro delle operazioni via mare,
in cinque scaglioni successivi, mentre le 111 infermiere furono trasportate
con mezzi aerei.
Nonostante le condizioni e le circostanze avverse - i soldati della F.E.B.
non avevano ricevuto un addestramento adeguato, ed il loro equipaggiamento
non era propriamente quello necessario per affrontare uno degli inverni
più rigidi del secolo - il Corpo di Spedizione Brasiliano affronto
i rigori e l'inclemenza dell'inverno europeo combattendo in prossimità
del crinale appenninico, e portando eroicamente a termine la propria missione.
In pochi mesi, a partire dal 16 settembre 1944, la F.E.B. conquistò
al nemico, a volte palmo a palmo, circa 400 Km, da Lucca ad Alessandria,
tra le valli dei fiumi Serchio, Reno e Panaro e nella pianura padana;
liberò più di 50 paesi e città. Tra questi Montese
fu il primo Comune italiano liberato dalla F.E.B., il 14 aprile del 1945,
nel corso di un'aspra battaglia che durò tre giorni e lasciò
il paese in un tale stato di desolazione e distruzione da fargli meritare
il doloroso appellativo di "Montecassino del Nord".
Il Corpo di Spedizione Brasiliano ebbe più di 2.000 perdite tra
morti, feriti e dispersi, e catturò oltre 20.000 prigionieri.
Le principali vittorie brasiliane furono Massarossa, Camaiore, Monte Prano
e Barga nella valle del Serchio; Monte Castello, La Serra e Castelnuovo
nella valle del Reno; Montese, Zocca e Marano sul Panaro nella valle del
Panaro; Collecchio e Fornovo di Taro nella Pianura padana.
Occorre ricordare anche l'importante contributo della F.A.B., la Forza
Aerea Brasiliana, con le 1.282 ore di volo sulle linee nemiche della 1^
Squadriglia di Collegamento ed Osservazione.
Brasiliani e partigiani collaborarono in molte occasioni, e spesso i partigiani
fecero da guida alle perlustrazioni delle pattuglie brasiliane; in particolare,
nelle zone appenniniche, la F.E.B. ebbe frequenti contatti con la "Brigata
Giustizia e Libertà", e con la "Divisione Garibaldi".
Frequenti e positivi furono anche i rapporti con la popolazione civile,
improntati ad un clima di amicizia, e calore umano: da parte brasiliana
i soccorsi ed i rifornimenti ai civili andarono spesso bel al di là
dei limiti stabiliti dagli Alleati.
In nome del rapporto di fratellanza che si venne a creare con i soldati
della F.E.B. Montese ha dedicato loro, oltre alla Sala 5 del Museo Storico,
due monumenti, una strada ed una piazza.
Inoltre è in corso un intenso rapporto di interscambio con la città
di Fortaleza, capitale dello stato del Cearà, nel Nord-Est del
Brasile, dove un quartiere molto popoloso, fondato nell'immediato dopoguerra,
porta il nome di Montese.
I Caduti brasiliani furono inizialmente sepolti nel Cimitero Militare
Brasiliano di Pistoia; nel 1960 i corpi furono traslati in Brasile, e
sepolti nel Monumento Nazionale ai Caduti di Rio de Janeiro, mentre a
Pistoia è rimasto il Monumento Votivo Militare Brasiliano.
Lo stemma della F.E.B. raffigura una serpente che fuma la pipa: fu scelto in risposta a quanti dicevano "È più facile veder fumare un serpente, piuttosto che la F.E.B. si imbarchi"... e il serpente fumò con destinazione Italia.
Da Settembre a Giugno su prenotazione Tel. 059971122
Luglio e Agosto: dal lunedì al sabato 16-18, domenica 11-13/16-19
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Via della Rocca, 291 - 41055 Montese (MO) ITALIA
tel 059.971122 fax 059.971100
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Modena: uscita Autostrada A1 casello di Modena Sud, poi Strada Provinciale
Fondovalle Panaro in direzione Vignola - Fanano - Sestola, dopo circa 50 km.
deviazione a sinistra per Montese in località Ponte Docciola.
Bologna: uscita Autostrada A1 casello di Sasso Marconi, poi Strada Statale Porrettana
in direzione Porretta Terme fino a Vergato, successivamente svolta a destra
per Castel d'Aiano, da qui indicazioni per Montese.
Pistoia: Strada Statale Porrettana in direzione Porretta Terme fino a Porretta,
da qui deviazione a sinistra per Gaggio Montano, da dove si seguiranno le indicazioni
per Montese.
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